Il 28 maggio del 1796 nella Chiesa San Francesco Borgia di Via Crociferi, che momentaneamente sostituiva nelle pratiche di culto la cattedrale (temporaneamente chiusa per il rifacimento della cupola ed altri lavori) si celebrarono solennemente le Quarantore.

Per l'occasione il SS. Sacramento venne esposto in un ostensorio d'oro massiccio, che fece gola a due malviventi. Questi, finite le celebrazioni del primo giorno, si nascosero tra i banchi del Senato, rimanendo all'interno della chiesa; di notte poi forzarono il tabernacolo e si impossessarono dell' ostensorio con il SS. Sacramento, aspettando l'apertura della chiesa per allontanarsi con il loro empio bottino.


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Chiesa San Francesco Borgia

Scoperto il furto, ne fu subito avvisato il vescovo Mons. Corrado Maria Oeodato di Moncada; il quale superato il primo smarrimento, dispose che fossero sguinzagliate nella città e nei vicini casali delle persone fidate per individuarne i colpevoli.

Catania a quei tempi non era molto grande e quindi non fu difficile setacciare il territorio ed i locali pubblici. La città apprese con sgomento la notizia ed il vescovo volle che suonassero a morto tutte le campane delle chiese fino a quando non fossero stati scoperti i ladri sacrileghi e soprattutto ritrovato l'ostensorio con l'Ostia Consacrata.

La Provvidenza volle che quello stesso giorno nell'"Osteria di l'Oghiu", vicino al Castello Ursino fossero visti due individui sospetti ed ubriachi, che se ne stavano con fare "torbido e confuso", come riferisce Reina, uno scrittore dell' epoca.

Furono perciò arrestati e condotti nelle vicine prigioni del Castello Svevo, ma del Sacramento rubato non si sapeva ancora nulla. Il giorno seguente, il 30 maggio, un popolano, servo del principe Arconte, chiese di essere rinchiuso nella stessa prigione, come se anch'egli fosse stato incolpato dello stesso furto. Egli, messo insieme ai sospetti, riuscì a farsi dire da uno di essi dove era stata nascosta l'Ostia Consacrata.

Informato di ciò, il tribunale il 31 maggio interrogò il malvivente e si fece indicare con esattezza il posto. L'ostensorio era stato nascosto nella scogliera d'Armisi, lungo il mare, accuratamente celato sotto una pietra ai piedi di una pianta di fico d'India.

Alla notizia del ritrovamento grande fu la gioia di tutto il popolo. Se ne fece interprete il vescovo, che, a piedi scalzi in segno di penitenza, seguito dal clero, dai religiosi, dai nobili, dai magistrati e da una gran folla di popolo, si recò sul posto per adorare e riparare. Fu un avvenimento di grande emozione e gioia, ma soprattutto di fede.